Comincia il diario marziano

Quest’anno niente traversata verso le Calotte Boreali. Non ho più alcun dolore al braccio sinistro, le nanofibre ossee hanno fatto il loro dovere da settimane, eppure l’idea di rimettermi sulle piste magnetiche sotto la Cupola Dolomede mi toglie entusiasmo. Non è il corpo a fermarmi: è una paura sottile, sedimentata, come la polvere rossa che non va mai via del tutto.

Qui ad Aretis si sta quasi bene. Il sistema di riscaldamento atmosferico ha funzionato tutta la settimana e il sole pallido, filtrato dai campi di grafene, trasforma questi sol in qualcosa che assomiglia vagamente a una primavera terrestre. È una sensazione ingannevole: basta uscire dal perimetro pressurizzato per ricordarsi dove siamo davvero.

Forse più tardi faremo una passeggiata lungo il Mare Secco — così lo chiamano i bambini, anche se non c’è acqua da cinque secoli. Camminare sulla vecchia costa artificiale, con le figlie che mi precedono saltando nella gravità ridotta, è uno dei pochi momenti in cui questo pianeta smette di sembrare ostile.

Loro oggi sono immerse nei compiti del Programma Didattico Orbitale. Storia della Terra, modulo “Climi Perduti”. Le osservo mentre cercano di immaginare cosa volesse dire neve vera. Io stesso non so più se certi ricordi sono miei o ricostruiti dagli archivi sensoriali.

Mi sono fermato davanti alla mia collezione di supporti sonori fisici — vecchi dischi in policarbonato, reliquie analogiche — e ho pensato di riordinarli. Ma non oggi. Qui tutto deve essere funzionale, ottimizzato, tracciabile: il disordine è diventato una forma privata di resistenza.

Ho provato a suonare il pianoforte elettromeccanico della sala comune. Non è il dolore a farmi inciampare sui tasti neri: è semplicemente la mia scarsa tecnica, nuda come l’orizzonte marziano fuori dalla cupola. Suono quasi solo tasti bianchi, come se avessi paura anche delle note.

Poi ho silenziato per qualche minuto il flusso informativo globale — un gesto quasi sovversivo. Viviamo immersi in un bombardamento continuo di dati, allerte, previsioni di tempeste di sabbia, aggiornamenti del Consiglio Terrestre. Ho la percezione che tutto questo renda impossibile essere davvero tranquilli, o anche solo oggettivi.

Forse è questo il vero prezzo della vita su Marte: non la distanza dalla Terra, ma l’impossibilità di stare davvero in pace con i propri pensieri. Anche qui, a milioni di chilometri da casa.

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